Il processo di digitalizzazione dell’informazione é, in termini temporali e su scala storica, appena iniziato ma ha già coinvolto interamente l’industria dell’informazione, dello spettacolo, dell’intrattenimento ed il mondo della cultura. Anche la riconduzione al formato digitale di tutto il patrimonio storico della produzione culturale del passato, dall’informazione testuale a tutte le forme artistiche del suono e delle arti figurative classiche o moderne sta procedendo a ritmo incalzante. L’incredibile mole di dati elementari (zeri ed uni) prodotta in questi processi va a riempire memorie digitali di tipi diversi, ma che hanno una caratteristica comune: la loro affidabilità e durata può variare notevolmente, ma è in ogni caso molto aleatoria e labile se paragonata a quella di mezzi più tradizionali quali la carta o la pellicola fotografica. È evidente la minaccia che questa aleatorietà rappresenta per la durata della memoria digitalizzata. In questo campo delicato la rottura di un hard disk, il cambiamento repentino di un formato digitale standard o la nascita di un nuovo sistema operativo possono avere conseguenze gravi quanto l’incendio in una biblioteca contenente libri rari. Fortunatamente l’abbondanza e l’economicità di supporti digitali di formati diversi, e la possibilità di interconnetterli con facilità grazie alle reti di telecomunicazione rappresentano opportunità che contrastano l’apparente labilità e volatilità dei supporti di memoria digitale. La conservazione dei dati prodotti a ritmi ormai parossistici (ogni possessore di una semplice macchina fotografica o videocamera digitale produce ogni anno centinaia di miliardi di bit che necessitano di essere scritti da qualche parte) è comunque un problema dalle molte facce e con diverse soluzioni, da affrontare con serietà e sistematicità per evitare che l’era digitale si caratterizzi non solo per la grande produzione di informazioni, ma anche per la loro distruzione.