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Memorie materiali in una società immateriale

Vittorio Marchis

La società della conoscenza, come oggi chiamiamo il mondo che ci circonda, fondata sulle tecnologie dell'informazione, ha sviluppato una serie di scenari che sempre più, con grande fascino, ci attorniano e circondano condizionando non solo il nostro modo di apprendere (e ricordare) ma la stessa vita quotidiana, la politica, l'economia. Le tecnologie dell'ultima generazione, che non possono più definirsi solo "elettroniche", perché ciò sarebbe altamente riduttivo, stanno profondamente mutando gli stessi paradigmi del sapere, come già dovette essere la diffusione della stampa, con rivoluzioni di cui oggi force ci sfugge la irreversibilità e da cui nacque la modernità.

Con gli occhi di chi ha fatto l'esperienza (positiva) del "trafficare con le macchine" e di chi cerca di trovare soluzioni alla difficile gestione della memoria del passato più prossimo, il problema della conservazione, della gestione e dell'uso della grande quantità di dati che riusciamo a ricordare non è trascurabile. Soprattutto perché il cervello dell'uomo, negli ultimi 2000 anni ha subito mutazioni incommensurabilmente più piccole di quanto non sia stato per la tecnologia. Le potenzialità che forniscono i mezzi informatici nel poter gestire quantità di informazioni sempre più estese non devono essere assunte con spirito fideistico perché si rischia di andare incontro a scenari del tutto illusori.
Se da un lato è bene ricordare (e mi si passi l'ossimoro) che bisogna saper dimenticare, per avere una memoria efficiente, dall'altra parte sarebbe opportuno rallentare una corsa che rischia di travolgere nella sua evoluzione galoppante la stessa natura del ricordo. Ma questi sono forse temi che altri discuteranno più a fondo e che qui servono solo da premesse per un altro problema centrale, nella società attuale.

Le tecnologie dell'informazione, in generale, - lo affermava Walter Benjamin - hanno imboccato nel XX secolo la strada della "riproducibilità tecnica" di cui non è stata indenne neppure la categoria delle "opere d'arte", che per definizione avrebbero dovuto mantenere le caratteristiche esperienziali dell'unicum. Il nostro mondo, costituito sempre più intorno a repliche di oggetti e di segnali, ha intrapreso un processo di accumulazione di "cose" di cui spesso si dimentica il contenuto informativo, ma che invece, proprio per la loro natura materiale dura (non a caso si parla di hard-ware) potrebbero risultare, in un futuro più prossimo di quanto non si potrebbe credere, le uniche basi per la nostra memoria futura.

Prendendo ad esempio un qualsiasi oggetto tecnico, come potrebbe essere un particolare dell'albero di trasmissione di un autocarro, ben difficile sarà individuarne il contenuto di informazioni che racchiude, di tutte quelle informazioni che hanno costituito i presupposti per la sua "essenza". Questa è la società di oggi e forse quella di domani (non di un futuro remoto di cui nessuno può dire nulla), ma la natura "postcontemporanea" dei contesti in cui viviamo spesso ci induce a confondere il passato con il futuro, dimenticando che esiste solo il presente, che ha anche una dimensione materiale.

Poiché l'oggetto "è", e magari poiché l'oggetto, dopo aver svolto la sua funzione, potrà "non più essere", ecco che tutto ciò che costituisce il suo intorno contestuale svanisce. E questo destino, anche se non lo
si vuole riconoscere, è lo stesso che incombe sulle altre macchine a cui affidiamo sempre più la nostra memoria. Come mantenere un legame tra la memoria delle cose e la memoria dei segnali? Come non dimenticare di "rinfrescare" il sapere che si accumula farraginosamente negli scaffali tecnologicamente avanzati che ogni giorno si stratificano in immateriali biblioteche?
Gli antichi, dopo avere scoperto il fuoco, furono indotti a istituire le Vestali, per non vederlo estinguersi. L'insegnamento del mito dovrebbe indurre i tecnologi a pensare e gli utilizzatori delle tecnologie a non farsi illudere.