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Gli interventi del convegno

La certezza della giustizia
Mario Barbuto

Già Presidente del Tribunale di Torino

Il contesto

Processi lunghi, riti farraginosi, esito incerto delle liti. Questi i tristi connotati della giustizia civile in Italia.
Nel rapporto Doing Business- 2008 della World Bank vi è la classifica degli Stati in base alla durata di un processo di tipo commerciale (recupero di una somma per una lite tra imprenditori). L'Italia è al 156° posto su 181 Stati analizzati, dopo Gabon e Guinea (peggio di noi Gibuti, Afghnistan, Timor Est e paesi simili). Secondo la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo l'Italia è al primo posto tra i 47 Paesi del Consiglio d'Europa avverso i quali risultano presentati ricorsi per la violazione della norma internazionale sulla durata ragionevole dei processi. Il Presidente della Cassazione Carbone nel discorso inaugurale 2009 ha riferito che gli indennizzi a carico dello Stato per la violazione della legge nazionale (L. n. 89/2001, nota come "legge Pinto") sulla durata ragionevole del processo ammontavano nel 2008 già a 118 milioni di euro. Il Ministero dell'Economia e Finanze ha calcolato in 500 milioni l'anno gli indennizzi che lo Stato dovrebbe pagare se tutte le parti coinvolte nelle cause oggi pendenti in Cassazione si avvalessero della "legge Pinto". Il Ministro Alfano ha segnalato che all'inizio del 2009 l'arretrato delle cause civili era di 5,4 milioni, qualificandolo come " debito giudiziario dello Stato nei confronti dei cittadini" . La Confartigianato ha calcolato che la "giustizia lenta" comporta per le imprese un danno economico annuo di 2,2 miliardi di euro.
È il triste trionfo dell'incertezza e dell'inefficienza nel settore più delicato della società civile, oltre che dell'economia.

 

Il progetto organizzativo di Torino

Nel 2001 è stato attivato a Torino il "programma Strasburgo", un progetto organizzativo fondato su un decalogo di 20 "prescrizioni e consigli" per eliminare l'arretrato. Il programma prevede alcuni accorgimenti tecnici molto semplici: metodo di esaurimento dei processi con il sistema FIFO ( first in, first out) e non più LIFO ( last in, first out ); precedenza assoluta e trattamento differenziato per le cause di anzianità ultra-triennale; rilevazione periodica con la "targatura dei processi".

I dati del 2009 si possono considerare soddisfacenti: oltre il 94% delle cause ha durata inferiore a 3 anni; il 5,4% dura da 4 a 5 anni; lo 0,45% dura più di 5 anni. Il risultato più gratificante è quello psicologico. I giudici non si sentono lesi nella loro indipendenza nell'operare secondo un programma organizzativo elaborato dal capo-ufficio, sono felici di lavorare perseguendo obiettivi di efficienza e ben lontani dall' incubo della "legge Pinto", non sono disposti a tornare indietro.

 

Conclusioni

Vi è un leit-motiv nei discorsi sulla giustizia: la dirigenza di un ufficio è attività manageriale; capo-ufficio=dirigente d'azienda. Vi è un equivoco difficile da sfatare: "la giustizia non è un'azienda"; il "rendere giustizia" non è monetizzabile, è sottratto alla logica imprenditoriale dei costi/ricavi. È sufficiente uno sforzo di fantasia. Il "servizio giustizia" è reso da una struttura organizzata "simile" all'azienda; il servizio deve svolgersi con l'utilizzazione "al meglio" delle risorse disponibili.

Le risorse umane comportano problemi di rapporti interpersonali. A Torino, nel 2001, i rapporti sono stati impostati con la seguente tecnica: individuazione di un obiettivo comune ( vision del problema irrisolto); sforzo congiunto per realizzarlo ( mission ); coinvolgimento anche emotivo dei protagonisti (condivisione della mission) . Sono state di aiuto le tecniche di comunicazione suggerite dalle varie teorie sulla leadership. Sono stati raggiunti buoni risultati di cui ciascuna unità operativa, anche di grado intermedio, si è sentita protagonista. Il segreto della ricetta torinese è molto semplice: «Il processo appartiene al giudice, ma la programmazione del tempo dei processi appartiene al capo dell'ufficio ".

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