
La nostra società è permeata da numeri, dati e statistiche che interessano ogni aspetto della nostra vita: dall'economia alla medicina. Possiamo fidarci dell'oggettività dei numeri o è meglio imparare a vivere con un grado accettabile di incertezza?
Gli esseri umani non si sono mai rassegnati del tutto a vivere in un mondo incerto. In passato si ricorreva alla divinazione, alla lettura dei segni premonitori del futuro. Dal Seicento la nascita del calcolo delle probabilità ci ha dotato di una "logica dell'incerto", liberandoci dal bisogno della certezza e dal giogo delle autorità che pretendevano, a vario titolo, di essere depositarie della verità. Dopo la "valanga di numeri" ottocentesca, cioè con l'uso dei dati numerici non solo per "cavarsela" nelle situazioni di incertezza, ma anche per azzardare spiegazioni e per fare previsioni sul futuro, le leggi" della statistica sono state considerate, proprio come quelle della natura, strumenti di analisi scientifica della realtà sociale ed economica.
Possiamo fidarci di questi dati, di queste leggi? Sì, ma solo se le comprendiamo e siamo in grado di valutarle criticamente. Le statistiche consentono, volendo, di mentire dicendo la verità. Sono numeri, che non hanno intenzioni né sentimenti, in mano a esseri umani dotati di intenzioni e di sentimenti (non sempre benevoli). E così come non è il coltello che uccide, ma la persona che lo usa, non sono i numeri, ma chi li usa, che mentono o dicono la verità. Il richiamo all'oggettività dei "numeri" o dei "fatti" è un buon metodo per mettere a tacere il dissenso, per dichiararsi "esperti" e quindi depositari, non diversamente dagli aruspici e da altre autoproclamate autorità, della verità.
E allora come difendersi?
Con l'unico metodo con cui, dalla notte dei tempi, ci si difende dall'abuso dell'autorità: con la conoscenza, l'alfabetizzazione numerica della popolazione e lo spirito critico. Solo l'ignoranza altrui, infatti, consente agli "esperti" di usare i numeri per mentire o per manipolare la realtà anziché per aiutarci a decidere in un mondo incerto.
Gli strumenti ICT moltiplicano le informazioni e i modelli a disposizione di chi deve prendere decisioni a livello individuale e collettivo, modificando la capacità di interpretare, decidere e pianificare. Con quali conseguenze e quali responsabilità?
Mentre la probabilità è fin dall'origine parte della definizione della razionalità dell'azione individuale (anche quando questa azione abbia conseguenze sociali), la statistica si occupa di collettivi, di gruppi (di persone o cose) entro i quali le individualità vengono, per così dire, "cancellate". Quanto più questo accade, tanto meglio funzionano le statistiche. Mentre però gli oggetti in genere non mutano la loro natura per il fatto di essere contati e "classificati", gli esseri viventi in alcuni casi possono perdere alcune loro caratteristiche quando vengono "uniformati". L'ICT, mettendo a disposizione un numero impensabile di dati è in grado di "automatizzare" alcuni tipi di decisioni, o di diagnosi, come anche di prevedere certi comportamenti e talvolta di influenzarli. Rende quindi possibili forme più o meno sofisticate e pericolose di ingegneria e di controllo sociale. Come accade per ogni tentativo o pericolo di dittatura, sta alle persone trovare il modo di difendere la propria individualità e di sottrarsi a persuasori più o meno occulti.